skip to Main Content

Una quindicina di anni fa insegnavo

Una quindicina di anni fa insegnavo in una scuola gestita da un ordine
di suore; una scuola religiosa, dunque, dove per Natale si allestiva il presepe, ovviamente.
Avevamo allievi cattolici, ortodossi, musulmani, induisti ed ebrei.
C’era una retta mensile da pagare, ma veniva versata solo dalle famiglie
più abbienti: chi era in difficoltà poteva dilazionare il pagamento, chi non poteva permetterselo beneficiava dei versamenti aggiuntivi da parte di chi poteva dare una mano.
Esiste anche questo tipo di realtà, molto poco pubblicizzata.
Quando si realizzava il presepe, oltre all’albero, tutti i ragazzi partecipavano
divertendosi e sentendosi comunità. Nessuno pretendeva di convertire nessuno: i musulmani restavano tali, gli induisti pure.
Non c’era alcun turbamento, né alcuna protesta o polemica.
Ho visto da vicino divertimento e comunione, in tutte le accezioni che questo vocabolo può avere.
Oggi insegno in una scuola pubblica molto più vicino alla cintura periferica che al centro della città, ammesso che la distinzione abbia senso, oggi.
Anche in questo istituto abbiamo allievi di nazionalità rumena, bosniaca, croata, congolese, indiana, cingalese, nigeriana, italiana e chi più ne ha più ne metta.
Sono di religione cattolica, ortodossa, protestante, induista, islamica;
qualcuno si professa ateo, forse senza esserne così consapevole.
Tutti, però, indistintamente, si soffermano ad ammirare il grande presepe
che abbiamo nell’atrio del terzo piano, accanto alla cattedra dei collaboratori scolastici.
A loro piacciono i ruscelli fatti di carta stagnola, le colline di cartone con il muschio appiccicato sopra, le statuine di dimensioni variabili sistemate in prospettiva.
Non ho ancora conosciuto un ragazzo che si senta escluso, o discriminato per una stella cometa.
Nessuno ci ha obbligato ad allestirlo, quel presepe, nessuno ce lo dovrebbe vietare. Sento dire che in molti istituti si può allestire l’albero, simbolo neutro
(e molto consumista) ma non il presepe, perché turberebbe le coscienze
o non rappresenterebbe tutte le tipologie di famiglia, ma solo quella tradizionale.
La prima cosa che mi viene da pensare, senza essere minimamente blasfemo, è che il primo ad avere accettato una famiglia non tradizionale è stato proprio San Giuseppe, il falegname più inclusivo di tutti.
Eccola lì, la parolina magica strumentalizzata a uso e consumo delle impuntature radical–burocratiche: inclusione.
Come se il problema fossero quattro statuine e qualche montagna
di cartapesta.
La laicità della scuola pubblica è un caposaldo, ne facciamo un vanto;
detto ciò, c’è un tracciato culturale, oltre che religioso, secolare,
che i ragazzi non italiani debbono conoscere, così come i nostri debbono conoscere gli usi, i costumi, le abitudini e i culti dei loro compagni dell’Europa orientale o del Marocco.
Un mio alunno egiziano, che è entrato nell’età in cui può praticare
il Ramadan, la cui famiglia rispetta ogni precetto islamico, è comunque ben contento di ricevere regali a Natale, esattamente come i suoi compagni i cui genitori si professano atei e come prima cosa pretendono l’ora alternativa a quella di religione, lo scrivo alla maniera antica.
Ai sofisti del politicamente corretto, ai pignoli che diventano di colpo miopi di fronte alle loro ipocrisie, andrebbe consigliato di preoccuparsi di ciò che realmente può rendere più civili e liberi gli individui; di quello che sul serio può aiutare il dialogo e l’abbattimento delle barriere, fosse anche una capannina di cartapesta
o il racconto di un compagno che viene da lontano e che spiega com’è mangiare solo dopo il tramonto del sole per un mese.
A forza di vietare, omettere, spersonalizzare rischiamo di ottenere solo
una sempre più omologata ignoranza, che si stupirà soltanto per le scritte luminose degli outlet.
È il mio contributo, forse nullo, alle consuete polemiche di questo periodo dell’anno.

Paolo Marcacci

Questo articolo ha 0 commenti

Lascia un commento