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Non chiamatelo viaggiare

Non chiamatelo viaggiare.
Chiamatelo spostarvi.
I viaggi sono finiti anni fa.
Sono finiti da quando i navigatori hanno sostituito le cartine geografiche.
Sono finiti da quando lo smartphone ha reso inutile il cercare
una cabina telefonica.
I viaggi sono morti con la globalizzazione e non aspetti più di essere
in Grecia per mangiare un souvlaki o in America per comperare quelle scarpe di ginnastica che solo in America potevi trovare.
Viaggiare è diventato solo un mezzo per convincerti che quel posto
che hai visto su Internet esiste davvero, e tra poco col “metaverso”
basterà mettersi un paio di occhiali per camminare su una spiaggia
alle Maldive mentre annusi l’odore della bistecca che stai cuocendo
per cena.
Quelli che hanno una certa età si ricordano cosa vuol dire viaggiare.
L’emozione di vedere un luogo mai visto prima.
L’emozione di perdersi.
L’emozione di sentirsi davvero stranieri in un paese straniero.
L’emozione di chiedere dove si trovasse quel luogo.
L’emozione di scoprire tradizioni o usanze sconosciute.
L’emozione di gestire un rullino da 20 foto sapendo che ogni foto
avrà il valore inestimabile del ricordo stampato e reso eterno.
L’emozione di farsi amici che vivono lontani e raccogliere i numeri
di telefono e gli indirizzi in un quaderno per poi scrivere lettere
che per arrivare fanno lo stesso viaggio che tu hai fatto per ritornare.
Ricordo quando millenni fa prima del tramonto mi persi dietro una duna
nel deserto a sud di Ouarzazate.
Non avevo gps, né cellulare e aspettai che calasse la sera per veder apparire la stella polare che mi indicava il nord.
E a nord dovevo andare per tornare da dove ero partito.
Oggi pochi viaggiano davvero, molti si spostano.
E condividono i loro spostamenti nel tentativo di impossessarsi del fascino
di un luogo per accrescere il loro fascino.
Si usano i viaggi per far vedere quanto si è ricchi,
quanto si è coraggiosi o quanto si è stronzi.
Una volta si chiamavo viaggiatori, oggi si chiamano Travel blogger,
una volta si tornava ricchi di esperienze vissute,
oggi si rimane in vacanza tutta la vita nel tentativo patetico di creare
invidia mentre si è intenti ad abbronzarsi le chiappe su qualche spiaggia tropicale.
Ma non chiamatelo viaggiare.
Chiamatelo spostarvi.
Per rispetto di quei pochi viaggiatori che ancora oggi sanno rinunciare
alla droga dell’esibizionismo per coltivare l’arte del raccontare senza cedere alla tentazione del raccontarsi.

Guido Prussia

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