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Italia in Digitale

Conquistata grazie alla classe politica contemporanea una invidiabile condizione terzomondista, nel giro di pochissimo tempo proveremo anche il brivido di essere a pieno titolo territori coloniali di Google.
Qualunque persona di buon senso rimane allucinata dinanzi ad una simile incombente prospettiva, ma la stampa nazionale ha plaudito alla notizia del lancio dell’iniziativa “Italia in Digitale”. Il Premier ha riservato la sua personale standing ovation con un tweet in cui dice (in inglese) “Accolgo con favore questo importante investimento in Italia da parte di Google e del suo amministratore delegato Sundar Pichai.
La tecnologia e l’innovazione digitale sono elementi centrali della mia agenda governativa per il futuro del nostro Paese. Continuiamo così!”
Quando mi hanno segnalato l’euforico proclama di gioia istituzionale
ho pensato che si trattasse di una “supercazzola” o, a voler essere meno goliardico, di una ignobile fake news.
Invece ho dovuto prendere atto che ad aprire le porte ai moderni “conquistadores” è proprio il Primo Ministro, probabilmente inconsapevole delle conseguenze del suo accogliere festante l’arrivo delle invisibili truppe che giungono per soggiogare l’Italia.
Forse il professore ed avvocato “Giuseppi” non ha idea, e chi lo circonda ancor meno, delle ripercussioni di un così massiccio sbarco ad apparente supporto del tanto declamato rilancio della nostra agonizzante Nazione.
I 900 milioni di dollari che Google ha intenzione di investire qui da noi sono a voler fare un tanto banale quanto sgradevole paragone, l’equivalente di una infinità di piccole dosi di sostanze stupefacenti da regalare ciascuna ad uno scolaro delle scuole elementari o ad uno studente delle scuole medie.
Chi conosce le dinamiche per creare dipendenze non si stupisce affatto
nel leggere queste cose.
Non voglio sostituirmi né a Virgilio, né al Lacoonte che nell’Eneide cerca
di dissuadere i suoi concittadini troiani dall’accogliere in città il ligneo destriero lasciato dai Greci.
Mi permetto, però, e lo ritengo umile porzione del mio dovere civico,
di rappresentare al beneamato Premier alcune controindicazioni alla sua esuberante contentezza.
Come i bimbi di qualche riga fa, saggiata la droga regalata da munificenti spacciatori connotati da “disinteressata” generosità, non potranno più rinunciare a certe stuzzicanti ed irresistibili “goloserie”, un domani le piccole e medie imprese non sapranno più come fare a meno di soluzioni tecnologiche confezionate da Google.
I sistemi delle realtà produttive numericamente prevalenti saranno stati “addomesticati” (ma non alla maniera del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry) dalle magiche opportunità inizialmente regalate dal colosso americano.
La progressiva dipendenza porta a non poter più cambiare rotta e costringe ad implementare solo programmi e procedure compatibili con l’ambiente informatico che ormai si è radicato.
Purtroppo non finisce qui. Le aziende, virtualmente “dializzate” da Google, avranno dato a quell’amichevole fornitore tutte le informazioni su quel che hanno fatto, stanno facendo e vorranno fare in futuro.
L’accettare certi regali equivale a sottoscrivere una ipoteca sul proprio domani, cedendo il controllo della vita personale, professionale, commerciale e industriale ad una realtà che già da anni ha collezionato ogni informazione per radiografare chicchessia.
Mi fermo qui. E mi piacerebbe lo facessero anche quelli che hanno manifestato tripudio e giubilo all’annuncio di Google.
Ritengo doveroso riprendere questo tema e non mancherò di farlo, auspicando che certe riflessioni inneschino una discussione “democratica” (termine destinato ad eclissarsi…) e costruttiva.
Prima che qualcuno mi dica che “Big G” creerà chissà quanti posti di lavoro chissà quando, gli chiedo a quanto ammontano le imposte per
i profitti totalizzati in Italia e gli domando se li ritiene proporzionali al normale esborso tributario cui è tenuto qualunque cittadino o impresa
di questo Paese.
La risposta la conosco già. E non solo io.

Umberto Rapetto

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