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Ho compiuto ora un volo sul P.38

Ho compiuto ora un volo sul P.38. È un bell’ apparecchio. Sarei stato felice di riceverlo in dono per i miei vent’ anni. Oggi, riconosco con malin­conia che a quarantatré anni, dopo 6.500 ore di volo sotto tutti i cieli del mondo, non so più pro­vare molto piacere in questo gioco. È solo, ormai, uno strumento di spo­stamento, e in questo caso, di guerra. Se mi sottopongo alla velocità e alle alte quote ad una età patriarcale per questo me­stiere, è più per adeguarmi alle maledizioni della mia gene­razione che non alla speranza di ritrovare le soddisfazioni di un tempo.
Forse è un pensiero malinconico, o forse no. Sbagliavo certo quando avevo vent’ anni. Nell’autunno del 1940, di ritorno dall’Africa settentrionale dove ero emigrato col gruppo 2/33, riposta in qualche polverosa rimessa la mia macchina esangue, venni a scoprire il bi­roccino e il cavallo. E con essi l’erba dei sentieri, le greggi e gli oliveti. Quegli oliveti avevano un al­tro compito che quello di battere il tempo dietro i vetri a 130 chilometri all’ora. Si mostravano nel loro ritmo vero, che consiste nel fabbricare lenta­mente le olive.
Le pecore non avevano per fine esclusivo di abbassare la media. Ridiventavano vi­ve. Facevano pallottole di sterco genuino e fabbri­cavano lana genuina. Ed anche l’erba aveva un senso, poiché la brucano.

Mi sono sentito rinascere in quell’angolo unico al mondo dove la polvere è profumata (sono in­giusto, lo è in Grecia come in Provenza), e ho avuto l’impressione di essere stato, tutta la vita, un imbecille.
Tutto questo per spiegarle che questa esi­stenza da gregario nel pieno di una base ameri­cana, l’an­dirivieni tra i monoposto da 600 CV, i pa­sti in piedi, frettolosi, in una costruzione isolata dove ci si ammucchia in tre per camera, questo terribile deserto umano insomma, non ha nulla che mi ac­carezzi il cuore. Lo so. Come le missioni senza profitto né spe­ranze di ritorno del giugno del 1940, anche questa è una malattia da superare. Io sono ammalato per un tempo sconosciuto.
Ma non mi riconosco il di­ritto di non subire questa malattia. Ecco tutto.
Oggi sono profondamente triste e in profondità. Sono triste per la mia generazione, che è vuota di qualunque sostanza umana; che non avendo cono­sciuto altra forma spirituale di vita oltre il bar, la matematica e le Bugatti, si trova ora impegnata in una azione strettamente gregaria, senza più colore alcuno.
Prendiamo il fenomeno militare di cent’anni fa. Quanti sforzi compiva per dare una risposta alla vita spirituale, poetica o semplicemente umana dell’uomo. Oggi essiccati come siamo più che mattoni, sorridiamo di tali scempiaggini. Costumi, bandiere, canti, musiche, vittorie. Non ci sono più vittorie al giorno d’oggi, nulla che abbia la densità pratica di una Austerlitz. Non vi sono che feno­meni di lenta o rapida digestione. Ogni lirismo suona ridicolo, e gli uomini rifiutano di lasciarsi ridestare a una vita spirituale qualsiasi. Compiono onestamente una specie di lavoro a catena. Come dice la gioventù americana: noi accettiamo questo job ingrato onestamente, e la propaganda nel mondo intero si batte i fianchi con disperazione.
La sua malattia non proviene da assenza di doti particolari, bensì dal divieto di appoggiarsi, sotto pena di apparire pomposa, sui grandi miti refrige­ranti. Dalla tragedia greca l’umanità è precipitata fino al teatro di Louis Verneuil. Secolo della pub­blicità del sistema Bedau, dei regimi totalitari e degli eserciti senza bandiere, né trombe né messe in suffragio dei loro morti. Odio la mia epoca con tutte le mie forze.
L’uomo vi muore di sete. Ah generale, c’ è un solo problema, uno solo per il mondo: ridare agli uomini un significato spirituale, inquietudini spirituali. Far piovere su di loro qual­cosa che rassomigli ad un canto gregoriano. Se avessi la fede, stia certo che, superata quest’epoca di “mestiere necessario e ingrato”, non potrei più tollerare altro che la vita monastica. Non si può vivere di frigoriferi, di politica, di bilanci e di pa­ro­le incrociate, mi creda. Non più. Non si può vi­vere senza poesia, senza colore né amore. Basta ascoltare un canto popolare del XV secolo per mi­surare la china percorsa. Nulla resta, se non la vo­ce della propaganda.
Due miliardi di uomini sen­tono il robot, capiscono solo il robot, diventano robot. Tutti gli sconquassi degli ultimi anni non hanno che due fonti: i guasti del sistema econo­mico del XIX secolo e la disperazione spirituale.

C’è un problema, uno solo: tornare a scoprire che esiste una vita dello spirito più alta ancora di quella dell’intelligenza, l’unica in grado di soddi­sfare l’uomo. Questo supera il problema della vita religiosa, che ne è solamente una forma. E la vita dello spirito comincia là dove un essere “unico” è concepito al di sopra dei materiali che lo compon­gono. L’amore per la casa è già vita dello spirito. E la festa del villaggio, e il culto dei morti. Ah! che strana sera questa, che strano clima. Dalla mia camera vedo accendersi le finestre di questa costruzione senza volto. Sento le diverse stazioni radio sciorinare la loro musica balorda a questa folla di sfaccendati venuti d’oltremare e che non conoscono la nostalgia. Può accadere di scam­biare questa accettazione rassegnata per spirito di sacrificio o grandezza morale. Che errore! I le­gami d’amore che stringono l’uomo d’oggi agli esseri come alle cose, sono così poco tesi, così poco solidi, che l’uomo non avverte più l’assenza come una volta. È la parola terribile di quella sto­riella ebrea: Te ne vai dunque laggiù? come sarai lontano!”  “Lontano da dove?” Il dove che hanno lasciato non era altro che un fascio di abi­tudini. In quest’epoca di divorzio, si divorzia con la stessa facilità dalle cose. I frigoriferi sono inter­cambiabili. E le case pure.
E la propria donna? E la religione? E il partito? È ormai impossibile es­sere infedeli: a che cosa si potrebbe essere infede­li? Lontani da dove e infedeli a che cosa? Deserto dell’uomo.

Antoine de Saint-Exupéry

 

 

 

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